Sport, società, discriminazioni e integrazione

«La guerra dei 1143 anni iniziò per una incomprensione, 

perché le due razze non erano state capaci di comunicare.

Quando poterono parlare fra loro,

la prima domanda fu: “Perché hai cominciato?”.

E la risposta fu: “Chi io?”»

 

Joe Haldeman, Guerra eterna, Mondadori – Urania Collection, Milano, 2003

 

Il confronto, la conoscenza e lo scambio, sono alla base di tutti i progetti e le azioni che vogliono puntare a sconfiggere il problema del razzismo e delle discriminazioni. È dall’incontrarsi e intrecciare relazioni, infatti, che nasce la possibilità di conoscersi e di superare paure e pregiudizi, che nella maggior parte dei casi danno vita ai fenomeni di esclusione sociale. Lo sport dovrebbe in questo senso essere un elemento facilitatore: esso permette infatti la conoscenza, agevola la comunicazione in quanto linguaggio non verbale. Eppure spesso accade che sulle tribune, nei commenti dei media, negli stessi regolamenti che normano le federazioni fino ad arrivare alle piccole società amatoriali, si verifichino episodi di esclusione. Persone che hanno un colore di pelle differente, che provengono da paesi al di fuori della Comunità europea, che professano religioni differenti, che sono gay o lesbiche o con disabilità vengono escluse dal gioco, giocato o tifato che sia. La discriminazione nasce dall’assenza di conoscenza dell’altro da noi, da chi è considerato “diverso”. In questo modo, di fatto, si usano le differenze per giustificare delle azioni contro l’altro.

La prima domanda che ci si dovrebbe porre è «Diverso da chi? O da cosa?». La prima diversità che balza agli occhi è il colore della pelle. Fin dal Settecento si sono usate le differenze fra le diverse etnie del mondo per creare delle teorie che davano vita a una classificazione: dalla bellezza classica greca fino ai “negri”. Nel tempo si sono susseguite teorie che ponevano la razza a discrimine nella valutazione delle persone, fino ad arrivare al periodo nazista in Germania, che ha fatto della creazione della razza superiore a discapito delle altre uno degli elementi costitutivi del proprio regime. Ma la parola razza applicata al genere umano in realtà è un errore. Albert Einstein diceva: «Esiste una sola razza, quella umana». E infatti oggi si parla di etnie, di differenze culturali per definire popolazioni provenienti da paesi o esperienze di vita differenti. Però la parola razza è rimasta nell’uso comune del nostro vocabolario, acuendo il problema della discriminazione. Altra differenza profonda è quella fra i sessi, che nella storia del mondo ha sempre caratterizzato in maniera forte i rapporti fra le persone. Si parla spesso di rivendicazioni femminili, di sesso debole, inadatto a fare determinate cose e adatto invece ad altre: «Gli uomini vengono da Marte le donne da Venere» (titola un divertente libro di John Gray). Ma se si andasse più indietro e si studiasse la storia sociale ci si accorgerebbe che c’è stato un tempo in cui il matriarcato era predominante e il punto di vista femminile influenzava perfino le regole della comunità. Nel tempo c’è sempre stato un alternarsi della dominanza di un sesso su un altro, senza mai pervenire a un reale scambio e a una reale integrazione di competenze e capacità per raggiungere scopi comuni. Altra diversità profonda è quella culturale: religioni, modi di vivere, di cucinare, di pensare, di vivere la propria sessualità. Sono tutte cose che se non conosciute spaventano e creano barriere. E anche in questo caso sono state create una serie di teorie che sono servite a giustificare guerre sante, sterminii, colonialismi, schiavismo e invasioni di territori. Se andiamo a rileggere la storia in chiave critica, si osserva come alla base di tali atti ci siano stati (e ci sono) interessi economici, di potere, di conquista, ma sempre giustificati con atti di “civilizzazione” nei confronti di culture inferiori.

Infine, l’altra differenza sostanziale che crea esclusione è nei confronti di persone con handicap fisici e mentali, considerate come impossibilitate realmente a condurre un’esistenza simile a quella di tutti gli altri. Ai giorni nostri il razzismo è molto più ampio nei termini e a volte più subdolo. Le parole chiave oggi sono sicurezza, pericolo per la perdita dell’identità nazionale, di gruppo e personale. Con la migrazione su ampia scala, favorita anche dal mancato sviluppo di alcune aree del mondo o da guerre e catastrofi naturali che devastano alcuni territori, stanno sempre più creandosi paesi costituite da un mix di diverse etnie. Si genera quindi una paura per la dispersione della propria cultura in mille altre e per combatterla si usa l’arma del pregiudizio: giudicare una persona prima di conoscerla veramente, attribuendole delle caratteristiche considerate generali per il gruppo di appartenenza. Sui pregiudizi spesso si costruiscono ghetti, leggi, teorie culturali e quanto altro serve per isolare gli individui e relegarli in caselle che li classifichino. Il bisogno di razionalità del secolo scorso non ammetteva situazioni miste. Lo sport non è stato immune da questo processo: i neri a fatica sono riusciti ad accedere alle attività sportive, dapprima precluse perché considerati inferiori. Per le persone con disabilità era assolutamente impensabile pensare a una qualunque attività fisica. Le donne all’inizio sono state escluse da ogni competizione.

Lo sport codificato come lo conosciamo noi nasce alla fine dell’Ottocento in Inghilterra, dove questo costume nasce per il divertimento delle classi agiate. Era l’epoca in cui le attività connesse alla guerra di conquista erano limitate ai soli eserciti e, per di più, i combattimenti erano ormai concentrati nei soli territori delle colonie. Si sviluppano quindi le attività per l’occupazione del tempo libero per i ricchi (i cosiddetti loisir) che con il passare del tempo sono stati codificati e normati dando vita alle regole, alle federazioni nazionali e internazionali, fino alle competizioni. Per cui lo sport moderno nasce come attività per bianchi, maschi e ricchi. Col tempo i gruppi dapprima esclusi hanno iniziato ad avere successo, a dimostrare le proprie capacità innegabili e a divenire indispensabili nel panorama sportivo nazionale e internazionale (pensiamo alla Francia vittoriosa negli europei del 2000 o ai successi delle squadre di basket della Nba americana). I primi giocatori neri hanno avuto notevoli problemi di esclusione e ancora oggi sono spesso vittime di insulti e oltraggi. Però, oggi si sta arrivando al paradosso di considerare alcuni giocatori come eroi (normalmente i neri della propria squadra) e gli altri (gli avversari) come “scimmie ammaestrate”. Cosa ancora più assurda, si può tranquillamente avere in camera il poster di Michael Jordan e poi uscire per strada e assalire un nero. Anche alle donne lo sport è stato per anni terreno precluso. Sicuramente lo sport è stato ed è ancora un terreno di conquista per molti gruppi, una sorta di luogo magico in cui cercare una scalata sociale. Da questo punto di vista, la boxe è sicuramente una disciplina emblematica: emigrati, neri, poveri ed esclusi, gente che viveva ai margini della società ha trovato in questo ambito una possibilità di ascesa sociale. Grazie ai successi sportivi molti gruppi hanno iniziato una battaglia che si è trasferita sul piano sociale, andando a scardinare pregiudizi radicati. Importante è stato ad esempio il gesto di Tom Smith e John Carlos, che alle olimpiadi messicane del 1968 rappresentavano gli Stati Uniti, i quali, al momento di salire sul podio della gara dei 200 m, hanno alzato il pugno chiuso stretto in un guanto nero, simbolo usato dai gruppi che rivendicavano l’autodeterminazione e la fine dell’apartheid per il popolo nero (il movimento delle Black Panthers nato in America negli anni Sessanta). Un’altra battaglia silenziosa e che non viene riportata spesso dalle cronache è la lotta che le persone con disabilità portano avanti per rivendicare la propria possibilità di praticare sport: squadre di cestisti in carrozzella, velisti, corridori con una gamba sola, perfino atleti che praticano arti marziali con le stampelle, fino ad arrivare a persone con handicap mentali molto gravi – per secoli considerati totalmente incapaci – che giocano a tennis. Spesso questi atleti subiscono una forma di discriminazione nascosta, perché le loro performance sono giudicate alla stregua di  fenomeni da baraccone. Eppure la loro tenacia ha aiutato molte persone che oggi hanno trovato nello sport un doppio beneficio: a livello di salute e di mobilità, perché praticare sport migliora le proprie capacità; a livello sociale, con un nuovo modo per reinserirsi nella vita quotidiana ed essere considerati “normali”. Ritornano i termini che spesso usiamo senza accorgercene: normalità contro diversità. Iniziare ad interrogarsi su questi temi è un modo importante per iniziare ad abbattere alcuni dei pregiudizi che accompagnano sottilmente la nostra vita. Cosa è normale? Noi siamo normali? Rispetto a cosa? Cosa si può fare nella vita quotidiana per combattere la discriminazione?  Interrogarsi, porsi domande, mettersi in gioco e iniziare a considerare la diversità come un arricchimento. In cucina oggi usiamo spesso spezie provenienti dall’oriente per condire i nostri cibi, allo stesso modo frequentare persone che provengono da mondi diversi allarga la nostra visione. Abbattere le paure create dalla diversità attraverso il dialogo è quanto di più utile possiamo fare: attraverso la reale conoscenza ci si accorgerebbe che la diversità unisce. Possiamo quindi iniziare a pensare che le diversità esistono e sono molteplici, ma che non sono una barriera, bensì un motore di sviluppo. In fondo se si pensa al modello biologico la medicina sconsiglia di mischiare geni uguali, per evitare problemi di salute – e molte delle grandi civiltà del passato si sono estinte proprio a causa della loro chiusura agli altri e alla prassi dei matrimoni fra consanguinei. Possiamo lottare soprattutto affinché tutti abbiano pari opportunità per accedere alle diverse forme di tempo  libero, lavoro ed educazione.

 

Cosa si può fare per combattere la discriminazione attraverso lo sport? Lo sport è il linguaggio non verbale per antonomasia, è il territorio in cui le regole sono note e comuni a tutti, è soprattutto gioco e incontro. Possiamo puntare a rafforzare queste sue caratteristiche, iniziando a usarlo come strumento di conoscenza. Creare progetti, esporre striscioni negli stadi, avvicinare la società civile allo stadio, sensibilizzare, comunicare, formare. E soprattutto iniziare a dibattere di questi problemi, dalla scuola, fino alle curve. Queste poche pagine non vogliono essere esaustive della tematica della discriminazione nello sport, ma sono uno spunto di riflessione e un invito ad aprire gli occhi e a usare la propria testa prima di giudicare. Si tratta di un invito a leggere il mondo usando molteplici punti di vista a «Camminare nei mocassini di un altro», come recita un antico detto dei nativi americani.

 

«Ciascuno di noi dovrebbe essere incoraggiato

ad assumere la propria diversità,

a concepire la propria identità come

la somma delle sue diverse appartenenze,

invece di confonderla con una sola,

eretta ad appartenenza suprema e a strumento di

esclusione, talvolta strumento di guerra».

 

Amin Maalouf, scrittore libanese/francese