Arpad Weisz.La persecuzione razziale e l’oblio

«Non esistono le razze, esistono i razzisti», diceva Rita Levi Montalcini, Premio Nobel nel 1986, che con le leggi razziali dovette fare i conti molto presto, in un’Italia colta dalla febbre della purezza della razza. Siamo alla fine degli anni Trenta, e il mondo intero è scosso da una guerra che produrrà 50 milioni di morti tra i civili e oltre 20 milioni tra i militari, più di quanti ne avessero mai fatti registrare i conflitti precedenti. Di questi, oltre sei milioni erano ebrei. Uno di loro si chiamava Arpad Weisz, amava il pallone e inventò il calcio moderno.

Arpad Weisz era ungherese di Solt, dove era nato nel 1896: giovanissimo si era appassionato al football, tanto da diventare calciatore, anche della nazionale del suo paese (dell’Olimpica ungherese del 1924). Ma dopo qualche anno trascorso da ala sinistra a zonzo per l’Europa, capì che il suo destino era fare l’allenatore. Aveva idee inedite, grandi intuizioni, aveva una mentalità moderna e una visione del gioco rivoluzionaria: non stupisce, dunque, che si trovasse più a suo agio sulla panchina – dove quelle idee poteva sperimentarle – che non in campo, dove invece erano ancora applicati regole e schemi che venivano dal passato. E proprio sulla panchina raggiunse gli obiettivi più ambiziosi: uno scudetto con l’Ambrosiana (l’Inter) nel 1930, il primo anno a girone unico, e due (nel ’36 e nel ’37) con il Bologna, squadra che con lui volò ai vertici del calcio internazionale, arrivò a battere il Chelsea nella finale del Trofeo d e l l ’ Espos i z i o n e , a Parigi, e diventò “lo squadrone che tremare il mondo fa”, che ancora oggi accende gli entusiasmi nei bar sotto ai portici.

In più, Weisz scrisse e pubblicò il “Manuale del giuoco del calcio”, insieme al dirigente dell’Ambrosiana Aldo Molinari, testo che sancì la fine di un’era e l’inizio di un’altra, per ciò che riguarda le visioni di gioco e le strategie in campo. Era un architetto del gioco, un filosofo della tattica applicata, un innovatore  del calcio (introdusse i ritiri e scese in campo, durante gli allenamenti, con i pantaloncini corti, quando i mister si presentavano ancora in giacca e cravatta). Insomma, uno Zeman, un Prandelli, un Sacchi.

Poi, all’improvviso, il silenzio, l’assenza, il nulla. Che cosa rimane di una persona se nessuno si ricorda più di lei? Se nessuno la cerca, se nessuno percepisce la sua assenza, se nessuno ne rivendica la presenza? Che cosa rimane di una vita che non lascia traccia del suo passaggio, ricordi nei suoi cari, malinconia in chi l’aveva incrociata? Certo, erano tempi anomali, tempi di guerra e di deportazione, tempi in cui famiglie intere sparivano da un giorno all’altro, in cui le notizie erano vaghe e frammentarie (perché è anche l’informazione che forma la coscienza di un popolo, la sua consapevolezza), in cui la paura e l’istinto di sopravvivenza avevano di certo la meglio sulla curiosità e sulla solidarietà. Le leggi razziali, promulgate tra il 1938 e il 1939, fecero esplodere nella vita reale quello che fino a quel momento era stato teorizzato. Arpad Weisz non poté più allenare il Bologna, i figli Roberto e Clara dovettero lasciare la scuola: vuole dire rinunciare alla normalità, rinunciare a vivere, senza un perché. Vuole dire sentirsi diversi dai compagni di classe con cui si giocava fino al giorno prima, vuol dire dover chiudere il negozio in cui si aveva investito una vita di fatiche, vuol dire perdere il lavoro, la visibilità sociale, l’identità. Ma allora, che fine ha fatto Arpad Weisz?

È la domanda che si è fatto Matteo Marani, giornalista, direttore del “Guerin Sportivo”, laureato in storia. Partito da una frase di Enzo Biagi («Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo, e chissà come è finito»), Marani viaggia a ritroso nel tempo (tra registri scolastici impolverati, cartoline spedite per gli auguri natalizi e miracolosamente conservate) e in Europa, sulle tracce di una famiglia (Weisz aveva una moglie, Elena, e due figli, Roberto e Clara) che tenta disperatamente di sfuggire al proprio destino. E ricostruisce un percorso di dolore e di emarginazione, un’atroce quotidiana discesa nella disperazione, per un uomo, una donna e due bambini colpevoli solo di essere ebrei. La fuga dall’Italia verso Parigi, e poi in Olanda, il tentativo di ricucire una normalità sempre più precaria, gli echi di una persecuzione sempre più vicina, sempre più incalzante, la forza di ritornare in campo, allenando la squadra locale di Dordrecht. Ma tutte le speranze, tutti gli sforzi finiscono in un giorno di agosto del 1942, quando le SS arrestano la famiglia Weisz, condannandola a un tragico pellegrinaggio attraverso campi di lavoro e lager, fino ad Auschwitz, dove Arpad Weisz morirà il 31 gennaio del ’44 (due anni dopo la sua famiglia), dopo sedici mesi di fatiche, di orrori e di stenti, senza notizie dei suoi cari e senza una risposta ai tanti perché che, in quegli anni, risuonavano da un capo all’altro della terra.

E la storia di Weisz, tragica ed emblematica, a settant’anni dalla morte, rilancia anche ai giorni nostri molte domande, sul concetto di razza e di diversità, sulla sopraffazione dell’uomo sull’uomo, sulla crudeltà di ogni guerra e sul significato dell’oblìo. Una volta che tutto è perduto, persino la vita, solo la memoria può dare dignità al sacrificio e alle sofferenze, restituendo l’identità di chi è stato sopraffatto e contribuendo, attraverso il ricordo e l’elaborazione della sua storia, a far sì che gli errori, e gli orrori, non si ripetano.

«Non vi è alcuna strada facile per la libertà», diceva Nelson Mandela, scomparso nel dicembre  scorso. Leader del movimento anti-apartheid sudafricano, incarcerato per le sue idee e condannato all’ergastolo nel 1964: Mandela scontò ventisei anni di detenzione durissima, prima che l’indignazione del mondo riuscisse a farlo scarcerare. Simbolo della lotta contro l’odio razziale che discriminava i neri, sopravvissuto alla crudeltà del carcere e della persecuzione, è stato insignito del Nobel per la Pace nel 1993 e, nel 1994, eletto Presidente del Sudafrica, durante le prime elezioni multirazziali. La storia di Arpad Weisz e la sua tragica fine ci ricordano che ci sono momenti della storia in cui anche le strade difficili sembrano precluse. E oggi? A che punto sono integrazione e tolleranza? Ha ancora senso e significato la parola “razza”, oggi? Oggi che il 44,2% degli studenti delle nostre scuole è di origine straniera (fonte Miur – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), come si interagisce con la differenza? La differenza del colore della pelle, di religione, di lingua, di abitudini sociali e alimentari, la differenza di sogni e di aspettative. E, per ritornare a quei campi di calcio che avevano visto il giocatore, prima, e poi l’allenatore Arpad Weisz investire le sue ambizioni, la sua creatività, i suoi sogni, in campo come è vissuta la “diversità”? I “buuuu” a Balotelli e gli striscioni offensivi sono una coreografia goliardica del tifo o qualcosa di più? E allora, forse, ripescare nella memoria il senso di tanto dolore aiuterebbe la convivenza e la tolleranza. Come se ricordare e capire che cosa è successo aiutasse a non farlo succedere più. Come se imparare che confrontarsi con la diversità è una forma, forse la più importante, di crescita ci rendesse tutti più forti e, in fondo, migliori.

scheda a cura di Lorenza Giuliani